il blog di Selvaggia Lucarelli
Mantienimi:
il libro di Selvaggia Lucarelli
VADEMECUM PER NON DIVENTARE FAMOSE
Censimento Nazionale Veline-Calciatori, Il Mio Matrimonio, Single: manuale d'uso, Miss Italia, Prodotti di bellezza, Il Natale (parenti tipici), Contratto con gli E-lettori, For Men Magazine, 8 Marzo, La vetrina degli orrori, Stati d'animo dopo un provino, Fenomenologia del burino arricchito, A proposito di donne, Stefano Fiore (Inedito, Gazzetta dello Sport)

E finì che dopo mesi di gufate a suon di “Povero Savino”, “Savino raccoglie un’eredità pesante” , “Chissà che isola sarà senza la Ventura” e “Sarà dura”- manco Nicola Savino avesse ricevuto l’incarico di ritoccare l’articolo otto - la nuova edizione dell’Isola dei famosi fece un punto in più di share rispetto alla precedente edizione. Certo, il sospetto che molti telespettatori che volevano vedere “Notte al museo” alla stessa ora su Italia uno siano rimasti sintonizzati su Rai due tratti in inganno dal primo piano di quel pezzo di museo di Carmen Russo, è forte, ma non vogliamo togliere meriti al conduttore. Conduttore nella cui forza mediatica la Rai credeva a tal punto da costringerlo al passaggio di testimone con Simona Ventura con tanto di videomessaggio benaugurale, manco fosse il bambino a cui il padre sul letto di morte dice “Prenditi cura di mamma e studia”. Comunque, visto che la prima puntata è più una carrellata sui personaggi che una soap, vado ad analizzare le prime folgoranti impressioni su ogni singolo protagonista, opinioniste e inviato in Honduras Vladimir Luxuria.
Nicola Savino. Dopo cinque minuti dall’inizio del programma , è stato chiaro a tutti quale fosse l’eredità che Simona Ventura lasciava al programma: il botox. Questo povero uomo era convinto di avere una gatta da pelare e invece s’è ritrovato sette donne gatto da gestire. Tra Carmen Russo e Nina Moric, sembrava di stare nella colonia felina di Torre argentina piuttosto che negli studi di Via Mecenate. A questo, va aggiunto che è ufficialmente la prima edizione di un programma in cui non c’è una tetta vera, compresa quella dell’inviato, per cui l’arrivo delle concorrenti nell’arcipelago honduregno ha più le sembianze di un disastro ecologico che dello sbarco di naufraghi. Premesso questo, va detto che Nicola Savino ne esce con onore. Diciamo che non ha il carisma della rockstar e in un paio di momenti non s’è capito se le redini del programma le teneva lui o il terzo signore da sinistra seduto in prima fila col gilet verde e un sigaro cubano nel taschino, ma se l’è cavata con un certo decoro. Unico consiglio: sappiamo che ha una dipendenza da twitter pari solo a quella della Panicucci per le ciglia finte, però dovrebbe evitare di leggere i tweet degli spettatori perchè il più interessante era su per giù: “Che bello il pareo di Flavia vento! E’ puro cotone o misto acrilico?”. In molti hanno detto che soffre il confronto con Vladimir Luxuria e bisogna dire che quella specie di cravattino mozzato che aveva al collo era, freudianamente parlando, un clamoroso richiamo alla competizione sotterranea con Luxuria.
Vladimir Luxuria. Il fatto che Vladimir sia stata insindacabilmente la primadonna dell’isola, la dice lunga sulla situazione del maschio italico. Certo è che a sentirla urlare “Taglia la corda, sposta il tronco, passa sotto, scava, pancia in su, corri, non inciampare!”, viene da pensare che piuttosto che star lì preferirebbe andare a svuotare i serbatoi della Concordia con la cannuccia del mojto, ma dissimula bene. Ci si chiede solo il perchè si sia vestita da venditore di cocco col pantalone di lino bianco e una specie di mezzo caftano, ma confidiamo nel rinsavimento della stylist.
Le tre opinioniste Barriales-Agosti-Moric sono il più grande mistero di questa edizione dell’Isola. Un autentico tripudio di neuroni. Una ola di sinapsi. Un florilegio di eloquenza. Sostanzialmente, in tre non riescono a partorire un pensiero più elaborato del “metterà un po’ di pepe nel programma”.
Enzo Paolo Turchi e Carmen Russo. A parte il buon gusto della clip di presentazione su Enzo Paolo in cui si rammenta al telespettatore distratto il suo antico problema di emorroidi, la visione dei due provoca confusione mentale con sporadici episodi di labirintite acuta. Tu li guardi e non sai più chi sia chi. Lei somiglia a lui che somiglia a lei che somiglia a un gatto siamese uscito dallo studio di Roy De Vita. Pare che per riconoscerli, gli autori ricorrano al test della ciambella: chi ci si siede sopra anziché buttarla in acqua, è Enzo Paolo Turchi.
Den Harrow. Il dubbio è che qualcuno gli abbia dato il consiglio di ispirarsi al naufrago più famoso della storia dell’Isola, Adriano Pappalardo, e lui si sia presentato conciato come Pappalardo versione sergente Scherone in Classe di Ferro. Io fossi stato un autore, l’avrei invitato a rimanere nel boschetto di Viareggio a giocare a guerra simulata coi pallini di vernice.
Cristiano Malgioglio non smentisce la sua vocazione di ruffiano da competizione. Ma non è tanto la t-shirt col faccione della Ventura stampato sopra a lasciare basiti, quanto il fatto che ha infilato due visibilissime spalline sotto la fruit, spalline che nella speciale classifica delle cose utili alla sopravvivenza su un atollo vengono subito dopo i sottobicchieri in madreperla e il sifone da lavello. E sempre a proposito di materiale occultato sotto gli abiti, dedicherei una profonda riflessione a quello che si avvia a diventare il vero personaggio dell’isola: il Mago Otelma. Se quello che si intravede negli slip non è un libro di magia nera in sei volumi, quest'uomo è sempre stato clamorosamente sottovalutato. E dai paramenti smessi dal mago Otelma, passerei ai quattro menti messi su da Flavia vento. L’ex coniglietta di playboy s’è trasformata in un grazioso abbacchio ma non è la forma fisica a preoccupare quanto il fatto che si sia convinta di essere Leopardi in pareo, per cui è probabile che gli altri naufraghi, al sesto componimento poetico declamato all’ombra dei palmizi, la tumulino sotto la sabbia, coperta da un nido di cormorano. Sui restanti concorrenti, c’è poco da dire: Rossano Rubicondi sembra doppiato da Galeazzi e si guadagna due minuti di primo piano mentre si pulisce i denti con l’unghia del mignolo manco avesse appena mangiato una pannocchia al sale, Arianna David si conferma simpatica quanto Claudia Mori col dito nella portiera della macchina, sulla testa di Cecchi Paone, inquadrata da dietro, ci sono meno capelli che su quella di William d’Inghilterra, Guendalina Tavassi è sbarcata sull’isola e dopo cinque minuti c’era già una palma incinta di Remo e infine Aida Yespica. Che sarebbe perfino un personaggio trascurabile, se non fosse che con lei, Savino e Luxuria, sono riusciti a inanellare una boiata dopo l’altra: a parte un gratuito “Aida, la maternità t’ha dato una luce straordinaria!” (sì, certo, quella pulsata per le smagliature), pronunciato da Savino, Valdimir ha poi commentato: “Bella senza trucco e senza inganno!” (certo, come se a lei il silicone sgorgasse naturalmente come l’acqua dalle rocce di montagna) e infine, sempre detto dal conduttore, un clamoroso: “Aida, mamma MA sempre bella!”. Come a dire: sopravvissuta a un’esplosione in un oleificio, ma ancora guardabile.
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)

Il mio articolo sul quotidiano Libero di oggi:
Facciamo un esperimento. Io riporto qui di seguito degli stralci (testuali) di un monologo comico andato in onda domenica sera in un noto programma televisivo, e il lettore deve indovinare chi è l’autore di questo aulico siparietto. “Io non ne posso più di sentir parlare della Concordia… per me le poppe sono le tette e la pompa di sentina mi fa venire in mente brutte immagini.Bossi e Maroni hanno fatto pace, tant’è che Bossi ha sparato un rutto che l’ha spettinato. Nel giramento di palle Monti è un tecnico, gli girano regolari come i cavalli di Lipsia, una parte va su e una va giù, le balle gli vorticano come i pistoni di una Mercedes , vedi solo un leggero increspare del pantalone. E infatti deve fare il pitstop perchè gli partono due balle alla settimana. Victoria Beckham, la moglie del calciatore, quello col pandoro Paluani lì , come rimedio antietà usa la merda di colibrì. Ma perchè non può far bene quella delle vacche, che ne fanno una carrettata, che con una vacca ben ispirata riempi una profumeria? E poi hai voglia a dire ne basta un’unghia, un’unghia di merda di colibrì saranno sedicimila merde di uccello. Demi Moore per ringiovanire si fa mettere le sanguisughe sul viso. Demi Moore, perchè non ti fai mettere un ‘alveare nel culo?”.
So che la prima risposta che viene in mente è “Sono chiaramente i passi più toccanti dello scambio epistolare tra Abelardo ad Eloisa”, seguita dal dubbio divorante che si tratti invece del monologo finale di Re Lear. ( e il fatto che Demi Moore sia più o meno contemporanea di Shakspeare avvalora la seconda tesi, in effetti) E invece, caro il mio lettore, mi duole dirlo, ma cotanto magniloquente lirismo è stato profuso nell’arco di dodici minuti di sobria comicità dalla regina della metafora soffusa Luciana Littizzetto nel suo consueto spazio all’interno di “Che tempo che fa”. Per quei pochi che non sapessero in cosa consistono i suoi dodici minuti in quel programma, potrei riassumerli più o meno così: la Littizzetto, chiamata a fare da contraltare al proverbiale buonismo di Fazio, irrompe in studio e si siede accanto al conduttore. Ora, a dire “si siede” sono anche piuttosto generosa, perchè la Littizzetto non si siede. Si sdraia, spalanca le gambe, scalcia con la gonna ad altezza ombelico e fa sforbiciate che manco una ginnasta russa alla semifinale olimpica. E ovviamente, mostra le mutande alla nazione con rara magnanimità. Ovviamente, siccome la mutanda della Littizzetto smuove l’ormone quanto un Borghezio in guepiere Victoria’s secret, nessuno la invita a mettersi un pantalone. Tanto Lucianina, come la chiama il suo finto domatore, è irriverente, mica volgare. E’ un simpatico folletto, una disturbatrice, un saltimbanco, la scheggia impazziata, l’elemento dissacratorio. Mica è una donna. Mica è la sua Jolanda, per utilizzare una terminologia a lei cara, quella di cui ormai conosciamo segreti e anfratti grazie alle sue pose da contorsionista kazaka, noi telespettatori. E ‘ un semplice, anonimo, asessuato strumento a servizio della sua irriverenza. E lo stesso vale per linguaggio e contenuti. Che su per giù sono stati, nell’ultimo anno solare, i seguenti: pustole, preservativi, gli assorbenti con le ali, il codice iban che è più lungo di molti piselli, la rivergination, il cagotto, l’alito pesante, la puzza di piedi, le flatulenze in tutte le possibili varianti, l’asse del water, la coppetta mestruale e la supposta effervescente. Ma tanto Lucianina è irriverente, mica volgare. A lei si perdona tutto. E se provi a dire che se a lei preoccupano le chiacchiere da salotto sulla deriva del Concordia, a te preoccupa di più la deriva pecoreccia dei suoi siparietti, sei tu quello che non capisce il potere dissacrante e catartico della battuta, che non recepisci il valore della risata come slancio vitale, che non sai nulla di paradossi, freddure, doppi sensi e anticlimax. Insomma, per dirla alla Littizzetto, sei tu quello che in fatto di comicità non capisce una beata minchia. E non è volgarità. E’ irriverenza.
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)
Cosa augurarti, piccolo mio.
Intanto che tu possa mantenere questa tua grazia, innata. Una grazia d’animo e di cuore che è cosa rara e ti impedisce anche solo di strappare un giocattolo o di dire certe cose stonate, che solo i bambini, con la loro purezza feroce, sanno dire. Ti auguro, piccolo mio, di mantenere quel piglio sicuro che hai quando chiedi che ti si parli come agli adulti. Ci sono cose che vanno pretese, per risparmiarsi le attese e il livore covato. E se le chiederai con quella faccia e il mento un po’ su da fidanzatino che aspetta il primo bacio, il mondo non saprà dirti di no. Mi piacerebbe che mantenessi quel pudore delicato, con cui chiedi di chiudere la porta o di non raccontare dei tuoi primi amori alle mie amiche. O con cui abbassi lo sguardo se c’è la scosciata di turno in tv. Mi piaci perfino quando tiri fuori l’animo bacchettone e mi dici “mamma copriti”, perchè la volgarità è una bestia orrenda e dovrai difenderti dalle sue zampate. Vorrei Leon, che riuscissi a conservare questa tua attitudine meravigliosa all’ascolto. All’attenzione per gli altri. L’empatia è il regalo più bello che la vita t’abbia fatto. Negli anni, sono cambiate tante maestre ma tutte hanno detto sempre, incredibilmente la stessa cosa. “Suo figlio è un piccolo assistente sociale, sa prendere tutti per il verso giusto”. Mi sono commossa quando la mamma di un bambino problematico mi ha fermata in un corridoio: “Io devo ringraziare suo figlio, perchè Leon ha aiutato mio figlio, lo ha fatto crescere e sentire amato”. E mi commuovo quando dici che quel bambino è cattivo fuori, ma solo per difendersi perchè ha troppi problemi dentro. O che quel bambino picchia ma non fa male a te, fa male a se stesso. O quando mi dici “Ti vedo giù” o “Va tutto bene?” o “Quel vestito è nuovo?” o “Mamma ma quanto scrivi? Non ti stanchi?”. O quando io ti dico “Stasera stai con la babysitter!”, ti lamenti, io rispondo ok, resto a casa e tu allora mi guardi e fai: “No va bene, non ti preoccupare, vai”. E io mi sento bambina di fronte alla tua comprensione adulta e generosa. Ti auguro, Leon, di continuare a ricevere regali e fortune sentendoti amato, non viziato. Non ti ho neppure dovuto educare alla conquista, all’attesa, perchè hai sempre chiesto senza arroganza e conservi lo stupore nel ricevere anche se hai più di quello che sarebbe morale possedere. C’è poi la faccenda della bellezza. Che è una gran fortuna, piccolo mio. Sei bello e dovrai ricordarti sempre che la tua faccia non è un merito, ma un regalo. Non accomodatrici, sulla bellezza, perchè se la si usa come trono è un regalo pieno di insidie. Usala come fosse un cavallo. Cavalcala, leggero e con fierezza, ma rispettala e siile grato, sempre, perchè olierà tanti ingranaggi. Conserva, piccolo mio, il tuo amore per gli slanci. Per le dichiarazioni d’amore improvvise, per gli abbracci, i ti amo, i quanto ti voglio bene, i sei bellissima, i vieni qui da me. Avvolgile, le persone che ami. Non ti risparmiare, mai, che tutto ciò che non si dice, prima o poi, cerca voce. E se non gliela dai al momento giusto, poi avrà quella dei rimorsi, della ruggine, dell’irrisolto. Non c’è scampo. Vivi, Leon. Buttati. Sii vittima di qualche passione e carnefice di qualche conformismo. Cerca di fare il lavoro che ti piace. Non quello che ti farà guadagnare di più, ma quello che non smetterai di fare anche quando starai facendo altro. E non perchè non riuscirai a smettere di lavorare ma perchè sarà la tua passione, e la ritroverai in tutto. Nelle cose, nelle persone,nei luoghi. Studia. E non per collezionare qualche A. Ma per difenderti, per non permettere a nessuno di raggirarti. Perchè è bello, sapere. Fare collegamenti. Avere letture diverse. Sii curioso, leggi, informati, continua a fare domande come le fai oggi, chiediti il perchè di tutto e ricordati che le riposte non si trovano, si cercano. Ti auguro, piccolo mio, di conservare qualcosa dei tuoi eroi preferiti. Di saltellare sui problemi con la buffa leggerezza di Super Mario, di avere l’ironia sgangherata di Jack Sparrow, perchè l’invincibilità non diventi spocchia. Ti servirà anche la scorza di Bowser, in certi giorni, ma non dimenticare di sfoderare il candore di Spongebob, di tanto in tanto. Ah già. Poi c’è questa tua passione per i cattivi. Questa tua teoria che sono più divertenti. Un po’ è vero, ma scoprirai, crescendo, che c’è più coraggio nella scelta di essere persone buone e i tuoi eroi, spero, avranno magari vestiti grigi ma idee cangianti. Coraggiose. Non ti auguro altro, Leon. Ti basterà questo, perchè arrivi anche il resto. E io, da mamma, ti faccio solo una raccomandazione. No, non è la maglia di lana. E’ quella, come dice Eliot, di non misurare la vita con cucchiaini da caffè.
E infine, piccolo mio, grazie. Perchè in molti, in questi anni, mi hanno chiesto se è difficile crescere un bambino da sola, ma nessuno ha mai chiesto a te se è difficile crescere con una mamma sola. Una mamma che a volte ti porta al cinema come un fidanzato, ti chiede comprensione come fossi un papà, ti costringe al tour dei negozi come un’amica. Una mamma poco ordinaria e molto fortunata. Perchè quando mi chiedono come ho fatto a farti venir su così, io lo so che ho pochi meriti. Lo so che sei speciale, di tuo.
Buon compleanno Leon. E sappi che queste tue sette primavere, sono state le mie sette estati.
Mamma.
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)
Se danno in mano il restauro del colosseo a Della Valle finisce che questo gli mette i gommini sotto. Fermateli.
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)
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Il mio pezzo di oggi sul quotidiano Libero:
Lo confesso. Io gli uffici stampa dei personaggi noti li ho sempre detestati. Ho sempre trovato insopportabili i filtri che imbeccano, suggeriscono, indirizzano, tappano la bocca e decidono le strategie di comunicazione. E ho sempre odiato i comunicati redatti da fidi consiglieri in cui Francesco Totti parla di «acredine con il mister», che tu li leggi e pensi «come no, è farina del suo sacco, peccato che a Totti non uscirebbe il termine acredine neppure sotto l’effetto di un fungo allucinogeno». O quelli che dicono che «Sì, la mia assistita l’intervista la fa ma parla solo dei suoi ultimi impegni lavorativi» e l’ultimo impegno lavorativo dell’assistita è il taglio del nastro al centro commerciale Le due torri a Conegliano Veneto. Che tu pensi: «E mo’ che le chiedo? Se il taglio l’ha effettuato con una forbice o un tagliacarte? A che piano è Accessorize?». Infine, ho sempre trovato particolarmente urticanti i «no comment». Che poi tradotti vogliono dire: «Il mio assistito ha fatto/detto una boiata di tali proporzioni che ora qualsiasi dichiarazione servirebbe solo a peggiorare le cose per cui da questo momento gli sarà impedito di fiatare anche se dovesse informare l’umanità di un imminente impatto dell’asteroide Apophis sul pianeta terra». Oppure, più semplicemente, l’ufficio stampa opta per il «no comment» allo scopo di alimentare il mistero e la curiosità sul personaggio. Perché, si sa, se si centellinano parole e apparizioni, viene l’allure da divo anche a Ricky Memphis.
Poi, un bel giorno è arrivato twitter, i vip si sono messi a twittare in massa, i vip sono diventati vit (very important twitter) e il prudente, assennato lavoro dei cari, vecchi uffici stampa di una volta s’è polverizzato in un nanosecondo. Perché i vip, ora, twittano a ruota libera. Sono passati dai «no comment» all’impellente necessità di condividere con tutti qualsiasi cosa, dai problemi di nefrite del gatto a quelli degli ascolti in prima serata. E ve lo dico subito. Dopo due settimane di attento studio del fenomeno mi è tornata una struggente nostalgia del vip che se la tirava. Di cui si sapeva poco. Rivoglio il mistero. E soprattutto, rivoglio il cerbero con le tre teste di Lucherini ad arginare esternazioni e risparmiare figure meschine.
Desidero, soprattutto, che qualche ufficio stampa ragionevole suoni il citofono a casa Facchinetti, attraversi il salotto con una calma serafica, afferri il suo computer e lo infili nel Pastamatic acceso sulla funzione Turbo pulse. Ma andiamo per ordine perché visto che twittare vuol dire cinguettare, mi sono permessa di facilitare al lettore la comprensione dell’argomento, andando a classificare con perizia da fine ornitologo, le varie specie di vit:
1) I litigiosi. Fiorello contro la Guzzanti, Baldini che se la prende con Giletti perché gli ha dato della «spalla» e la Guzzanti che accusa Concita De Gregorio di non dare le notizie e Facchinetti che attacca Morgan. E tu sei noioso. Rosicona. Brutto. Cattiva. Specchio riflesso. Non m’hai fatto niente faccia di serpente. Insomma, un asilo nido. Che tu pensi: ma questi non ce l’hanno un’ici, un anticipo iva, un problema con Equitalia a cui pensare nella vita?
2) I bipolari. Quelli che scrivono dieci tweet dal taglio completamente diverso nell’arco di dieci minuti destabilizzando i lettori. Salvo Sottile è il sommo rappresentante della categoria. In sette ore è capace di scherzare con Rudy Zerbi, di fare riflessioni amare su Marchionne, di dire che minaccia pioggia, di postare una foto del laghetto di Milano 2 avvolto in una fitta nebbia e di chiedere consigli sui delitti di “Quarto grado” (che tra l’altro a uno viene da suggerirgli di dragare il lago di Milano 2 perchè ha l’aria di nascondere almeno sei cadaveri sul fondo).
3) I mitomani. Qui non c’è gara. Vince Francesco Facchinetti su tutta la linea. La deriva virtual-narcisistica di quest’uomo è preoccupante. A parte il tenore dei suoi tweet (ve ne segnalo uno a caso, tanto per rendere l’idea dello spessore: «Ma ci sono uomini che sporcano ancora le mutande?»), Facchinetti è seriamente convinto di essere il leader di una comunità virtuale destinata a spostare l’asse della politica mondiale a suon di «Forza ciurma!», «Vai con la #giornataincazzata!» o «Pizza Catarì!». Inoltre, e questo è il fatto più inquietante, è sempre lì che si conta i followers manco stesse raccogliendo volontari per andare a costruire pozzi in Sudan e ci aggiorna costantemente sull’argomento pubblicando statistiche appassionanti: 667 retweets in una settimana, pensate! Il sospetto è che se questo non rinsavisce, tra un po’, al bellodipadella, la Marcuzzi la padella gliela dà in testa.
4) Le sgrammaticate. Qui tocca dire che l’eterna rivalità tra le ex di Bobo Vieri Melissa Satta e Elisabetta Canalis, scende in campo anche su twitter. È davvero una sfida appassionante all’ultimo apostrofo. La Canalis che anziché scrivere still (ancora) scrive steel (acciaio), tanto che poi uno si chiede: ma con Clooney come comunicava? Con lo Scarabeo? Poi parla della campagna sociale di cui è testimonial e scrive di animali «SQUOIATI VIVI» e ti domandi se sia la stessa fine che ha fatto la sua maestra in prima elementare (poi ha corretto repentinamente, va detto). Su Melissa Satta applico la sospensione di giudizio e mi limito a trascrivere, testuali, tre suoi tweet: «Condolianze !», «Mi hanno AFFIBIATO un fidanzato... ma nn hanno ancora capito che E un mio carissimo amico...» e «Ho scritto delle riflessioni sul sito... Mi piacerebbe che le leggiate!». Voglio dire, del resto s’è iscritta con lo user sattamelissa, della serie manco il nome e poi il cognome.
5) I “non è mai troppo tardi”. Per esempio Gerry Scotti (che ormai, dicono, ha una tale dipendenza da twitter che durante le pause di “Io canto” anziché farsi incipriare il naso, va a twittare). Ma soprattutto Salman Rushdie. Che a 64 anni suonati s’è messo a flirtare con una ventenne su twitter e dopo aver negato goffamente, s’è ritrovato i tweet compromettenti pubblicati da Page Six. Insomma, è scampato agli Iman islamici ma non ai tweet satanici.
6) I ruffiani. A parte che ormai Fiorello su Twitter, ha più devoti che vanno a rendergli grazia della Madonna dei pescatori a Ustica, non posso non segnalarvi la più grande stalker che Twitter abbia mai partorito: la ex pasionaria di Alitalia Daniela Martani. La stessa che ieri ha bloccato Silvio Berlusconi mentre usciva dal Tempio di Adriano per chiedergli se si ricordava di lei. Ebbene, i sintomi erano tutti su twitter: la Martani trascorre le sue giornate a inviare tweet a chiunque, Marco Liorni, Ligabue, Alvin, Nicola Savino, Claudio Cecchetto, Cesare Cremonini per poi arrivare all’immancabile Fiorello al quale scrive un esilarante: «Ciao Fiorello sono un’artista incompresa. Chissà se mi puoi comprendere tu!», implorandoli di ascoltare il suo singolo.
Insomma, se è vero che twitter vuol dire cinguettare, a leggere i tweet dei divi nostrani, più che in un’allegra voliera sembra di essere ne “Gli uccelli” di Hitchcock. Ridateci gli uffici stampa!
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)

Il mio pezzo di ieri sul quotidiano Libero in risposta ad un articolo di Camillo Langone:
Camillo Langone è un uomo preoccupato. Gli italiani non hanno più voglia di fare figli, il nostro paese si spopola e a ripopolarlo ci stanno pensando gli stranieri. E allora Langone, che per sua ammissione vive come un incubo la visione di orde di extracomunitari in piazza o sui treni regionali, è alla disperata ricerca di una soluzione. Culle vuote e barconi pieni. Ludoteche deserte e kebab affollati. Gardaland asfaltata e moschee che vengono su come lenticchie nell’ovatta. Muciaccia che non insegna più a fare aerei con la plastilina ma involtini primavera con la salsa di soia. Uno scenario apocalittico. Ed è così che lo scrittore, che è uomo di destra con un approccio empirico alle cose delle vita, individua la soluzione in un brillante studio della Harvard Kennedy School of Government, secondo il quale più le donne sono istruite e meno si riproducono. Secondo il quale, insomma, le donne con la schiena curva sui libri difficilmente passeranno alla pancia curva sotto l’abito premaman. Secondo il quale oggi, per dirla alla Longone, il vero fattore fertilizzante non è la religione, non è l’ideologia e non è neppure l’ultima campagna pubblicitaria con Megan Fox , ma molto più semplicemente la bassa scolarizzazione femminile. Che empiricamente parlando, è un invito neppure troppo soffuso rivolto a noi donne, a starcene in casa. Ad essere un po’ più pupe e un po’ meno secchione. A mollare gli scaffali delle biblioteche universitarie per trafficare tra gli scaffali dell’Esselunga. A tornare, sostanzialmente, a fare il mestiere più antico del mondo. Che è un po’ meno divertente del primo che vi viene in mente, ma ben più datato: quello della casalinga. La tesi, va detto, è affascinante: le donne chiamate alle armi per salvare il paese dall’invasione dello straniero, come gli americani nella seconda guerra mondiale. Che messa così, suona come uno sprone patriottico a infilarci pattine e parannanza per immolarci alla una nobile causa.
Poi, riacquistata lucidità, vien voglia di andare a cercare il caro Langone e in perfetto stile casalinga, spellarlo vivo come un peperone rosso. Tanto per cominciare il sillogismo le secchione non fanno figli- non le facciamo studiare- le donne faranno figli, è piuttosto debole. Fosse così, oggi Flavia Vento a 34 anni suonati avrebbe sfornato più eredi di un coniglio nano. Ma vorrei portare la discussione su un livello più alto, e in questo senso desidererei tranquillizzare l’amico Langone: riesco a azzeccare qualche congiuntivo perchè sì, appartengo a quella frangia sovversiva di donne che hanno aperto qualche libro, ma mi sono anche riprodotta, dunque il mio contributo al bene della nazione l’ho dato. L’idea che dal baratro di un paese che invecchia ci si salvi suggerendo alle donne di riempire le culle e svuotare il cervello, è comoda e piuttosto rozza. Certo che l’emancipazione femminile ha degli effetti dirompenti sulla società. Certo che la donna che studia non ha nessuna intenzione di prendere un master in medicina per trascorrere l’esistenza ricamando bavaglini, ma la soluzione non può essere privarla di quella libertà. Perchè se decidiamo che questa è la soluzione al problema della scarsa natalità, si innesca un simpatico meccanismo per cui, amico Langone, allora valgono anche le seguenti tesi altamente empiriche: se la donna smette di lavorare risolviamo il problema dell’impennata dei divorzi perchè non avrà i soldi per mantenersi da sola, se la donna smette di votare risolviamo il problema della fila alle urne e lo spoglio delle schede finisce prima così mandiamo Vespa a letto presto, se la donna se ne sta a casa a impastare il pane si alleggerisce il traffico e così via. Purtroppo, temo che non sia questa la strada. Il signor Langone avrà letto senz’altro l’ultimo romanzo di Franzen, “Libertà”. E’ un libro che parla appunto, di libertà; quella individuale, e il prezzo che paghiamo per conservare questo diritto, e quella comune. (che per il protagonista, pensi un po’, passa proprio attraverso la scelta di sensibilizzare la gente a fare meno figli per non sovrappopolare il pianeta, ma questa è un’altra storia). Noi donne facciamo meno figli per preservare quell’irrinunciabile diritto alla libertà (di studiare, di lavorare, di essere individui) che con fatica ci siamo conquistate.
E questo è il prezzo, altissimo, che paghiamo, perchè nessuno, né l’uomo, né il paese in cui viviamo, ci ha ancora consentito di essere individui e madri allo stesso tempo, senza essere costrette a scegliere. Spesso con dolore. La cultura non è un contraccettivo, Langone. Sì, i libri di Eco accanto ad Hatù Settebello sul banco della farmacia sono un’idea suggestiva ma fuorviante. I veri contraccettivi sono la mancanza di sussidi economici, di asili nido, di incentivi per le famiglie, l’assenza di una politica del welfare seria e il senso di abbandono che assale le donne dopo la nascita di un figlio, la sensazione di essere in balia di leggi confuse e agevolazioni fantasma. E poi c’è altro. Se lei mi parla di numeri, Langone, i numeri li scomodo anche io. In Italia c’è 1 figlio virgola 32 per donna? Bene. Se è per questo, per donna, c’è anche lo 0, 32 di mariti che aiutano in casa. E lo 0,12 che si occupa dei figli quanto se ne occupano le donne. Contribuissero anche gli uomini, rendendoci la vita più semplice, alla prolificazione del paese. E infine, se proprio gliela devo dire tutta, Langone, a me l’idea di un paese sovraffollato di gravide incolte e di maschi al cento per cento italiani, sì, ma il cui unico modello femminile di riferimento è la donna che cambia pannolini, non convince un granchè. I bambini di oggi, magari non crescono con letti a castello e tribù di fratelli, ma hanno la grande opportunità di avere madri realizzate, stimolanti, intraprendenti, appagate e perchè no, esauste ma perfino felici.
E ora scusate, ma devo chiudere il discorso perchè ho una torta in forno. Contento, Langone?
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)
Oggi a Glossip (alle 14, 30 in diretta sul canale 143 di sky o in streaming su www.la3tv.it) parleremo del presunto fidanzato di Tiziano Ferro, con il regista Luca Lucini e Nicola Lampugnani di tbwa di una loro idea creativa per la giornata mondiale contro l'aids (capito Mirco Pagano?) e delle rivelazioni di Rosalinda Celentano sulla sua storia con Monica Bellucci. Un bel mix di alto e basso, come sempre. :)
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)

Premessa necessaria: io, la cabala, nella classifica delle cose più credibili dell’universo, l’ho sempre collocata sul podio assieme alle creme antismagliature e al talento drammatico di Gabriel Garko. Da un po’ di tempo a questa parte, ho iniziato seriamente a rivedere la mia posizione in proposito e lo devo a Laura Pausini. Laura Pausini, l’ha sfidata spavalda, la cabala. Mancavano ancora mesi all’alba del temuto 11-11-2011 e i Maghi Otelma dell’ultima ora erano già lì a gufare profetizzando rovinose cadute di asteroidi sul pianeta terra e a rammentarci che l’undici settembre, l’undici marzo e il terremoto in Giappone nel 2011 non sono altro che la prova inconfutabile del fatto che l’undici porta clamorosamente sfiga. La data fatidica è arrivata e in effetti, sulla terra non è caduto un bel niente. Nessun segno. Nessun episodio dal sapore simbolico. Neppure un asteroide di modeste dimensioni sul garage di Scilipoti. Nel frattempo però, Laura Pausini decideva di fare uscire il suo nuovo album, dopo due anni di assenza dalle scene, proprio l’11-11-2011. L’undicesimo album di inediti, per la precisione. E tanto per ribadire il concetto che lei è superstiziosa quanto casa Cavalli è minimal, aveva inaugurato il suo nuovo sito l’11 gennaio, dando disposizione di cambiargli grafica ogni 11 del mese. Infine, ha programmato undici date prima del tour mondiale. Non l’avesse mai fatto, l’impavida romagnola. Chiamatelo pure caso, fatto sta che il suo ritorno sulle scene è stato costellato da una tale serie di fatti disgraziati che io, fossi stata al posto suo, l’avrei presi come un suggerimento karmico e sarei tornata in Romagna a fare il ripieno per i tortelli. E allora facciamo così, vado a riassumere l’intricata faccenda, che a tratti ha le tinte variopinte della soap e a tratti quelle cupe di una spy story, in otto punti chiave: 1) a settembre Laura licenzia in tronco il suo chitarrista storico Gabriele Fersini. (dopo undici anni di collaborazione, manco a dirlo). E non lo licenzia perchè lui, a 41 anni suonati,continua farsi le meches come Maria Teresa Ruta, ma per ragioni oscure. C’è chi giura che Fersini dava fastidio all’altro chitarrista di Laura, che poi è anche il suo fidanzato in carica Paolo Carta, perchè troppo talentuoso e troppo primadonna sul palco. C’è chi dice invece che Fersini, sulla sua bacheca facebook, aveva postato il video di una canzone di Frida che tanto, troppo somigliava al nuovo singolo della Pausini quasi a voler buttar lì l’idea di plagio. Risultato: Laura l’aveva saputo, Fersini aveva cancellato il post dalla sua in tutta fretta ma a quel punto Laura gli avrebbe dato il benservito. 2) Fatto sta che da quel momento, il sorriso rassicurante di Laura che evoca birra e piadina sul lungomare di Riccione, si trasforma in un ghigno. I primi a voltarle le spalle sono alcuni suoi fan storici. La accusano, sul forum ufficiale, di essere cambiata. Di essere succube del fidanzato che era invidioso di Fersini come una sciacquetta qualunque delle extension di Belen. Di essere diventata arrogante. Lei, in tutta risposta, banna una settantina di contestatori e da quel momento, nel suo fan club, alcuni contestatori abbandonano quei lidi virtuali per protesta. Era dai tempi dello scisma anglicano che non c’erano ‘ste spaccature. 3) Come accennavo prima, l’intro del primo singolo del nuovo album, “Benvenuto”, somiglia in maniera imbarazzante a “I know ther’s something going on” un pezzo che Frida degli Abba incise da solista nell’82. Qualcuno se ne accorge. E c’è l’ennesimo, scarognato paradosso: l’album della Pausini si intitola “Inedito” e il primo singolo uscito, “Benvenuto”, è un sospetto plagio. 4) “Benvenuto” tra l’altro, a volerla dire proprio tutta, è anche una discreta ciofeca di canzone, roba che piuttosto io mi scarico sull’ipod tutto il repertorio musicale di Nico e i gabbiani, ma questa è un’altra storia. 5) Lo staff della Pausini denuncia alla Finanza la presenza in rete di alcuni brani dell’ultimo album diffusi illegalmente su Internet prima dell’uscita ufficiale nei negozi. Inutile dire che i sospetti ricadono sul Fersini, il quale in questo periodo, è per ovvie ragioni ritenuto dall’entourage della cantante anche colpevole della repressione russa in Cecenia, dei problemi di spread, ritenzione idrica e penuria idrica in Basilicata. 6) Da questo momento tra Fersini e la Pausini volano colpi bassi. Roba che Albano e Romina al confronto rischiano di risposarsi a Las Vegas entro Natale. L’ultimo, per la cronaca, è un sinistro post su facebook di Fersini del 16 novembre: “Chissà quanto rideranno ancora coloro che hanno fatto gli splendidi evitando le tasse”. Non si sa a chi si riferisse ma il dubbio è lecito. Magari si scopre pure che Laura ha un giro di piadinerie alle Cayman. 7) Laura fa la sua immancabile ospitata a “C’è posta per te” tra storie lacrimose ma a ben pensarci, la vita sentimentale della Pausini, di mieloso ha ben poco. S’è fidanzata col suo manager, poi col produttore e poi col chitarrista (che per Laura mollò moglie e figli, tra l’altro). Insomma, più Brooke Logan che una Winx. 8) Infine, Laura ha da sempre qualche chilo in più. Ma nelle interviste sdrammatizza sempre. Dice recentemente a Vanity fair che è solidale con la Incontrada che si era sentita discriminata per i chili di troppo accumulati in gravidanza. Una di noi, insomma. Poi chi scrive scopre che quell’apprezzabile spazio dedicato alle donne morbide su Vogue denominato “Vogue Curvy” le chiede un’intervista e il suo ufficio stampa risponde con un secco: “No grazie, spazio non idoneo alla nostra assistita”. Insomma, la sensazione è che dietro ai recenti accadimenti, non ci sia solo un problema di cabala avversa, ma di una star che è sempre sembrata la ragazza della porta accanto e forse, con gli anni, è finita per diventare quella con la villa di fronte. E la sensazione è che il The best of di Laura Pausini debba ancora venire.
Mantienimi: il libro di Selvaggia Lucarelli (Mondadori Editore)
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